15 maggio 2012

Dopo l’indignazione per gli attacchi sconsiderati del pdl comasco e la risposta dell’ironia di tutti i sostenitori del centrosinistra e di Mario Lucini è opportuno analizzare anche l’aspetto culturale della questione.

I destri comaschi tentano di far passare il messaggio che a Milano la giunta di centrosinistra di Giuliano Pisapia stia lavorando male. Messaggio che rischia di passare sotto traccia nella testa dei comaschi se è vero che uno dei responsabili delle organizzazioni datoriali cittadine ha dichiarato che voterà Lucini perchè “non è UN Pisapia“. Come se il sindaco di Milano fosse un pericoloso lanzichenecco o addirittura Darth Fener.

Il punto è che le cose non stanno per niente così, nel senso che a Milano è in atto una “rivoluzione dolce” che sostanzialmente sta funzionando. Per far capire meglio ripubblichiamo qui  (sperando di non infrangere regole scritte e non scritte) l’articolo di Giovanni Cocconi uscito su Europa il 12 maggio dal titolo “Pisapia, bilancio della rivoluzione dolce” che spiega peculiarità e punti critici dell’esperienza milanese ad un anno dalla vittoria.

La folla arancione acclama il sindaco di Milano Pisapia

La folla arancione acclama il sindaco di Milano Pisapia

Anche le rivoluzioni dolci sono rivoluzioni. Quella arancione di Milano, un anno fa, lasciò il segno e, per qualcuno, cambiò il ciclo politico nazionale. Una primavera che non si dimentica: prendere la Bastiglia berlusconiana con il sorriso rappresentò di per sé una novità (anche di comunicazione) che fu sopravvalutata allora e viene sottovalutata oggi. Beppe Grillo riempì minacciosamente piazza Duomo pochi giorni prima del voto ma alle elezioni la sorpresa fu l’avvocato di sinistra che, alle primarie, aveva sconfitto il candidato del Pd. Perché? È stato davvero un effetto Pisapia, anche come antidoto all’antipolitica? E cosa ne è rimasto dodici mesi dopo?

«L’effetto politico della vittoria di Milano è stato enorme» è l’opinione di Piero Bassetti, primo presidente della regione Lombardia, cattolico liberale e gran borghese, sponsor dell’allora candidato sindaco con il gruppo dei 51. «Certo, se lei ammazza una persona con settanta coltellate è difficile capire quale l’abbia ucciso veramente, ma la fine di Berlusconi e del Pdl è cominciata qui».
Attenzione, però: per Bassetti a Milano non ha vinto il centrosinistra tradizionale, ma l’arancione. «È stata una vittoria bottom up, spinta dal basso. Non credo nemmeno che la borghesia, come si è detto, abbia giocato un ruolo fondamentale, anche perché la borghesia anche in questa città non esiste più, così come non esistono più le classi. Oggi la novità Pisapia non si è affatto spenta e Milano non ha alcun rimpianto del passato».

Per il sociologo Aldo Bonomi «a Milano ha vinto un ossimoro, quello dell’estremismo dolce, del radicalismo pragmatico. Oggi Pisapia sta governando in modo conseguente. Si è occupato di Milano mettendo al centro il grande tema della crisi fiscale di questo paese e, quindi, anche di questa città. In maniera pragmatica, direi ambrosiana, il sindaco e Bruno Tabacci si sono occupati delle finanze, con molta onestà: per esempio si sono chiesti come si può riformare il welfare in una dimensione di scarsità di risorse».

Già poche settimane dopo l’arrivo a palazzo Marino il neosindaco ha denunciato i conti ereditati dalla giunta Moratti: il messaggio ha funzionato. La necessità di far cassa per non tagliare i servizi ha portato all’aumento dei biglietti dei mezzi pubblici, al ritocco dell’Irpef comunale e alla vendita delle quote di Sea. «Si sta rivelando più un sindaco-mamma che un sindaco-demiurgo – spiega Bassetti – Pisapia non ha detto ai milanesi che lui risolverà i problemi ma che li accompagnerà nelle loro difficoltà. Ha giocato bene di sponda con la nuova Curia, che non è molto diversa dalla vecchia e rappresenta l’unica componente forte di questa città: ha soldi, tradizione, classe dirigente e non ha limiti amministrativi. Il cardinale Scola è un lombardo ed è tornato qui con lo spirito di chi dice: “a casa mia sono un altro”».

A Milano, lo dicono tutti, a comandare è l’asse Pisapia- Tabacci. Anche in settori della maggioranza si mugugna sull’eccesso di potere concentrato nelle mani del superassessore al bilancio, chiamato a sorpresa a governare i conti del Comune. «In una squadra amministrativa di un’inesperienza totale quella intuizione ha pagato, – spiega Bassetti – anche perché ha consentito a Pisapia di non essere risucchiato dai partiti, di mantenere una distanza tecnocratica. Si può dire che il sindaco ha fatto con Tabacci quello che Napolitano ha fatto con Monti anche se Tabacci non è Monti e bisogna capire se ragionerà da tecnico o, da politico, mirerà alla presidenza della regione Lombardia come sembra di capire. Dal punto di vista politico ora è interessante capire cosa succede quando l’arancione incontra il montismo».
A Tabacci si attribuisce anche un disegno molto ambizioso, la regia della Superutility del Nord, sul modello della tedesca Rwe. «Come idea è ottima ma come progetto è destinato al fallimento, anche perché oggi Tabacci non ha alle spalle le partecipazioni statali dei tempi di Marcora».

Salvatore Carrubba, assessore alla cultura della giunta Albertini e autore di un libro, Il cuore in mano. Viaggio in una Milano che cambia (ma non lo sa) (Longanesi), sposa la vendita di quote pubbliche in Sea (e forse in A2a) di Tabacci «complicate negli anni passati perché la Lega si metteva di traverso. Io sono a favore di tutte le dimissioni possibili però il rischio che la Superutility diventi un centro di potere tale da condizionare la politica esiste. E poi bisogna vedere quale ruolo giocherà Milano nella partnership con le altre città, che diffidano perché ne temono l’egemonia».

«Anche perché – spiega Bonomi – il milanocentrismo è sbagliato: il Nord non si lascia ridurre a Milano, è policentrico e poliarchico. Questa città non è una megalopoli, ma è una città vera che deve crescere come smart city sviluppando funzioni».

L’operazione di maggior successo della nuova giunta resta quella dell’Area C, la congestion area inventata per limitare il traffico dentro la cerchia dei Bastioni. Pochissime proteste, milanesi soddisfatti, auto ridotte del 30 per cento, anche se resta ancora molto da fare su smog e polveri sottili.
«Area C ha avuto successo perché è stata impostata senza spocchia, – spiega Bonomi – negoziando con i cittadini, in modo pragmatico, non ideologico. Per ora la giunta ha saputo interpretare la nuova composizione sociale di Milano, città del nuovo terziario riflessivo e dei servizi. Ma è su Expo 2015 e sul nuovo piano regolatore che si misurerà davvero».

«La chiusura del centro alle auto ha funzionato: ora alcuni milanesi addirittura si lamentano perché la città ha perso il suo carattere metropolitano – è l’opinione di Carrubba –. Io sono sempre stato favorevole al ticket per entrare in città però in questo caso è sembrato più un espediente per far cassa come altre iniziative della nuova giunta.
D’altra parte la Milano vera è ormai fuori dall’Area C dove restano solo pensionati, badanti e vetrine. Credo che a Pisapia manchi ancora una visione dello sviluppo della città anche perché Milano non sa più riflettere su se stessa. Sarà lui a inaugurare molti dei nuovi grattacieli ma non ho ancora capito cosa pensi della trasformazione della città e in quale direzione la voglia guidare. Il problema delle risorse esiste e per questo spero che il sindaco coinvolga più coraggiosamente i privati (penso a Brera per la cultura) anche per verificare se esistono certe remore ideologiche nella sua giunta».

Anche per Bassetti «l’impatto di Area C è stato positivo, i milanesi sono soddisfatti ma è troppo presto per giudicare l’operazione anche perché si deve capire se migliorerà o peggiorerà l’immagine di Milano che si intende vendere nel mondo: oggi nessuno lo sa. Se devo muovere un appunto al sindaco è di occuparsi troppo dei problemi quotidiani dei singoli cittadini e poco del futuro di questa città, la Grande Milano, la città metropolitana. Milano non coincide più con i confini del suo comune da molto tempo: a Pisapia dico sempre che passa troppo tempo a palazzo Marino e non sale mai sulla Madonnina del Duomo per guardare lontano».

Un anno dopo, dunque, il bilancio della rivoluzione arancione resta positivo. Sia Bassetti che Bonomi, però, temono che il modello non sia esportabile. «L’innovazione politica dell’arancione è legata alla specificità di Milano: il tipo di “protestante” di Milano è tipicamente urbano, usa il web, parla le lingue. Pisapia ha riempito piazza Duomo grazie al passaparola di Twitter perché sapeva che i suoi supporter usano la rete». Conclude Bonomi: «Pisapia non risolve la questione settentrionale che per il Pd è ancora lì tutta intera: il contado che è stata leghista, quello del capitalismo molecolare e delle partite Iva, è ancora in cerca di una rappresentanza».

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