29 settembre 2011

Lo aveva già capito Gaetano Salvemini. Il modo per risolvere i problemi del nostro paese non poteva che essere: le stesse cose uguali per tutti. Niente interventi straordinari.

Un caso emblematico è quello della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. L’emergenza inizia ufficialmente l’11 febbraio 1994, con l’emanazione di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, Carlo Azeglio Ciampi.

La crisi ambientale era causata dalla saturazione di alcune discariche: si individuava nel Prefetto di Napoli la figura in grado di assumere ed esercitare i poteri commissariali straordinari sostituendosi così a tutti gli altri enti locali coinvolti a vario titolo nella gestione del ciclo dei rifiuti. Da allora il Commissariato è diventato di fatto un ente “ordinario” con un certo numero di dipendenti. Il primo effetto perverso è quindi un ovvio conflitto d’interesse: risolvere l’emergenza avrebbe comportato la liquidazione del Commissariato.

L’altro effetto perverso è stato la deresponsabilizzazione degli enti locali: i Comuni che nell’ordinamento “normale” hanno la responsabilità della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti sul proprio territorio non avevano nessuna facoltà e nessun motivo per agire in tal senso in quanto tutti i poteri erano concentrati nelle mani del Commissario.

In ultimo c’è un effetto voluto: la straordinarietà non è solo un modo per ovviare alle lente procedure burocratiche per prendere decisioni velocemente, quanto piuttosto il mezzo più spiccio per saltare a piè pari intere legislazioni nazionali. L’emergenza rifiuti consentì infatti al governo appena insediato l’emanazione del Decreto Legge n° 90 del 23 maggio 2008 il quale consentiva per la sola Campania, lo smaltimento di rifiuti speciali NON smaltibili in alcuna altra discarica europea.

In questo schema si inserisce bene la criminalità organizzata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti nella sua conclusione del 14 maggio 1998 scrive che: “La criminalità organizzata di stampo camorristico continua ad intervenire in maniera diretta sui traffici illeciti di rifiuti, lucrando notevoli somme di denaro. (…) La criminalità organizzata si pone come terminale del traffico, nel senso che assicura il territorio ove smaltire illecitamente i rifiuti: può fare ciò perché è la camorra stessa a controllare e gestire ogni metro quadro di ampie aree del territorio campano.”

Che la soluzione fosse quella di tornare all’ordinario l’aveva capito Romano Prodi: durante la crisi del gennaio 2008 mise nero su bianco la chiusura del Commissariato al termine di un periodo di soli 120 giorni gestiti dall’ex capo della Polizia De Gennaro. Ma soprattutto Prodi dichiara che si vuole “ridare la responsabilità del ciclo dello smaltimento dei rifiuti agli enti locali”. I Comuni campani “dovranno elaborare un piano per la raccolta differenziata nei prossimi due mesi e poi avranno a disposizione 60 giorni per realizzarlo”. La mancata attuazione nei tempi stabiliti “determinerà l’immediato commissariamento dei comuni inadempienti”.

L’emergenza istituzionalizzata terminò poi il 31 dicembre 2009 con la chiusura del “Struttura del Sottosegretario per l’emergenza rifiuti in Campania” Guido Bertolaso: nel corso di 15 anni si sono avvicendati 11 commissari che non sono riusciti a risolvere il problema poiché nel 2010 e nel 2011 si sono verificate altre due crisi importanti con tonnellate di rifiuti per le strade di Napoli.

Proprio con Bertolaso alla Protezione civile vediamo l’apoteosi della straordinarietà: a partire dal 1994 fino al 2001 sono state emanate una o due ordinanze di PC all’anno, nel 2002 il numero s’impenna a 40 e si incrementa ulteriormente negli anni successivi: 72 nel 2003, 59 nel 2004, 99 nel 2005, 71 nel 2006, 87 nel 2008, 91 nel 2009, 76 nel 2010.

La legge base sulla Protezione Civile e sulle ordinanze è del 1992 e autorizzava la PC a superare le normali procedure in caso di catastrofi naturali di importanza nazionale, fermo restando il controllo della Corte dei Conti. Con le leggi del 2002 e del 2005 si stravolge questa impostazione: l’emissione di ordinanze non è più subordinata a criteri definiti ma è lasciata alla discrezione del Consiglio dei Ministri, con una confisca dei poteri legislativi e di controllo del Parlamento nonché dei controlli della Corte dei Conti, dei Tar e del Consiglio di Stato.

L’emergenza si fa dunque sistema di governo con la Protezione Civile che si occupa anche dei “grandi eventi” come ad esempio la costruzione di un albergo sul lago Maggiore in concomitanza con i campionati di ciclismo. L’apice si tocca con il terremoto dell’Aquila in cui una intera comunità fu esautorata del diritto di decidere come ricostruire la propria città per subire la devastazione di 19 “new town” intorno alla città che hanno modificato radicalmente e per sempre il rapporto degli aquilani col proprio territorio.

La Bertolasocrazia – secondo Alessandro Aresu – “si è basata su un’esautorazione di fatto del Parlamento, accompagnata dal mantra della “costituzione materiale” per ammantare di democrazia ogni decisione. La nuova costituzione materiale aveva in Bertolaso il suo realizzatore, contro le lungaggini e le lentezze delle procedure amministrative ordinarie. In realtà, Berlusconi non è mai stato un uomo del fare, perlomeno in politica. In Bertolaso ha trovato la realizzazione delle sue promesse, perché aggirava il diritto attraverso la decisione politica. Attraverso Bertolaso, finalmente Berlusconi ha “fatto”, andando oltre le “lungaggini” dei procedimenti amministrativi italiani. (…) Ma il metodo di governo delle ordinanze – che di per sé è ovviamente antidemocratico – è caduto sulla corruzione. Così Bertolaso ha conosciuto i suoi limiti e la sua fine (…) Ma ciò che conta è che Berlusconi non ha mai trovato un altro metodo di governo, e abbiamo ottimi motivi per pensare che non lo troverà mai. (…) Con la fine di Bertolaso, finisce una volta per tutte l’unico modo di governo possibile dell’Italia di Berlusconi.”

Ovviamente un sistema del genere si presta all’infiltrazione di “amici” più o meno compiacenti, più o meno onesti che tentano di approfittare del “canale veloce” delle ordinanze. Ed ecco allora emergere la cosiddetta cricca, formata il Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Angelo Balducci, dal collega Fabio De Santis, dal pubblico ufficiale della struttura di missione per il G8 Mauro Della Giovanpaola che mettono in atto un sistema di “corruzione gelatinosa” secondo i PM, asservendo la loro funzione pubblica (molto delicata, dati gli enormi poteri a loro concessi e i rilevanti importi risorse a carico della collettività) in modo totale e incondizionato agli interessi dell’imprenditore Diego Anemone (e non solo): tale asservimento veniva ben retribuito con vari benefit di carattere economico e non (utilizzo di utenze cellulari, fornitura di mobili ed immobili, messa a disposizione di autovetture, prestazioni sessuali a pagamento).

Il sistema insomma crolla, mentre qualcuno capisce che al contrario deve fare dell’ordinarietà la sua bandiera. Si tratta della lezione del sindaco di Pollica Angelo Vassallo (nella foto), assassinato dalla criminalità organizzata semplicemente perché faceva bene il suo lavoro e tentava di tutelare il suo territorio.

Angelo Vassallo

Angelo Vassallo

Ed ecco allora comparire sulla scena di Napoli Luigi De Magistris, ex pubblico ministero, europarlamentare dell’Italia dei Valori che si candida a Sindaco nel 2011 con un’improbabile coalizione formata da IDV e Federazione della Sinistra. A sorpresa De Magistris si afferma nel primo turno e viene confermato Sindaco nel ballottaggio. Il suo grido Abbiamo scassato! si riferisce infatti al sistema di potere sclerotizzato di Napoli: un sistema in cui l’intervento straordinario significa consentire a certi politici del sud di vantare cose ordinarie come se fossero delle conquiste e nel contempo giustificare i rimbrotti del nord.

De Magistris sceglie quindi l’ordinarietà come rivoluzione: vuole combattere la straordinarietà della situazione (camorra, illegalità, etc.) con la banalità del fare le cose normali, per esempio la raccolta differenziata.


Lo aveva intuito anche Roberto Saviano che nell’articolo in cui dichiara l’appoggio a De Magistris dice: “Sta tramontando la fase delle logiche emergenziali. Deve cominciarne un’altra che non sia in continuità con le amministrazioni precedenti. Lettieri ha recentemente annunciato che avrebbe chiesto una legge speciale per Napoli, e pieni poteri. Quindi ancora emergenza, ancora gestione straordinaria dei rifiuti e di un’intera città che deve, che vuole e soprattutto che può uscire dall’emergenza. Di contro, la parola d’ordine più significativa della campagna elettorale di De Magistris è il ritorno alla gestione ordinaria, sui rifiuti principalmente, ma non solo. E di questo cambiamento la città ha bisogno. L’ordinario ora per Napoli è la vera rivoluzione. Finire con il saccheggio dell’emergenza infinita.”

Se si rompe quel senso di distacco tra i cittadini e la politica può iniziare un nuovo corso in cui siano messi in primo piano la costanza, la fermezza e soprattutto la vigilanza dei cittadini. In questo modo, citando Saviano, sarà possibile “ritrovare il senso originario della parola polis, luogo in cui tutti gli abitanti “liberi” partecipano attivamente alla vita politica, luogo in cui per tutti i cittadini “liberi” valgono le stesse norme di diritto.”

La sfida del Sindaco di Napoli però non è la sola: esistono tanti magistrati che ogni anno vanno a lavorare in “procure difficili” del sud e siamo sicuri che la maggior parte delle persone ha l’orgoglio di far bene il proprio lavoro. Questa è quindi l’occasione per far partire un cambiamento culturale, per affermare il carattere rivoluzionario dell’ordinarietà, per evitare di delegare a qualche “uomo forte” un cambiamento, grande o piccolo, che invece può partire dal basso, da tutti noi.

Articolo pubblicato anche su Valigia Blu.

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