18 agosto 2011

Speciale manovra d’agosto 2011

Finalmente qualche norma strutturale! Mi sono detto leggendo le prime anticipazioni della manovra d’agosto (la terza in poco più di un mese), ovvero del decreto approvato dal governo il 12 agosto su pressione dei mercati oltre che dell’Unione europea, dopo aver dichiarato per 3 anni che la crisi non esiste. 

Poi sono andato a leggere il decreto (un malloppo di 42 pagine che contiene di tutto) e la delusione è fortissima. Si tratta in realtà di un aumento di 2 punti delle tasse, oltre ad una serie di norme di distrazione di massa, come purtroppo spesso accade a questo governo. Non si sa nemmeno se questa III manovra sarà approvata in questa forma perchè dovrà essere convertita in legge. 

La manovra e il ceto medio - Sergio Staino

La manovra e il ceto medio - Sergio Staino

Partiamo dagli enti locali, tanto vituperati in questo momento in quanto ritenuti insopportabili serbatoi di “casta”. I consigli regionali diminuiscono con un criterio di proporzionalità rispetto agli abitanti (art. 14.1), gli assessori in proporzione (art. 14.2): ottimo perchè alcune assemblee erano veramente enormi. L’indennità dei consiglieri non potrà superare quella dei parlamentari (14.3): meno bene perchè serve solo a tagliare ancune situazioni limite. 

E’ prevista poi la soppressione delle province con un criterio preciso: sotto il limite di 300.000 abitanti e sotto la dimensione di 3.000 kmq (art 15). La norma è incredibilmente simile a quella da noi auspicata: quando ci sono criteri oggettivi è sempre buona cosa. Peccato però che si preveda tutto ciò “In attesa della complessiva revisione della disciplina costituzionale del livello di governo provinciale”. E perchè mai? Ma le province servono o non servono? Se servono questa revisione è da considerare definitiva, altrimenti è inutile. Si prevede poi la riduzione a metà di consiglieri e assessori rispetto all’esistente (art. 15.5). Malissimo: si preveda una elencazione specifica del numero di consiglieri in base alla popolazione, come fatto per le regioni e per i comuni. 

Per i comuni la questione è pazzesca (art. 16): non si prevede l’abrogazione dei comuni sotto i 1.000 abitanti, come riportato da tutti i giornali, in realtà questi comuni esisteranno ancora ma rimarrà solo il sindaco come rappresentante eletto. Sarà inoltre obbligatorio consorziarsi con altri comuni al fine di raggiungere i 5.000 abitanti in un’Unione di comuni con un Presidente che fa le veci di sindaco e un’Assemblea dei municipi che fa le veci del Consiglio comunale. In pratica un mostro a più teste: un’assurdità giuridica e di fatto. Territori molto grandi potranno così essere governati da consigli di 5 persone solamente, con 5 elezioni distinte e nessun controllo popolare. Le istituzioni devono essere semplici e funzionali: non si vedeva proprio la necessità di un mostro istituzionale di questo tipo. Meglio sarebbe una seria politica di fusione di comuni, con un criterio di popolazione e uno di superfice, che conservino però i normali organi: in molte parti del nosto paese esistono comuni anche molto grandi composti da più borghi che sono frazioni e nessuno mette in dubbio il loro funzionamento. 

Questa parte insomma va bocciata: bisognerebbe invece approvare una norma che stabilisca, con 3 tabelle, criteri di esistenza (abrogazione) di comuni, province (per le regioni serve una norma costituzionale), numero di consiglieri e assessori a seconda della popolazione. Semplice ed efficace.
Gli art. 13.4 e 14.4 prevendono la correlazione tra emolumenti di parlamentari e consiglieri regionali e l’attività svolta, peccato che la definizione sia lasciata a loro stessi: prevedo un fallimento sostanziale della norma. 

E’ prevista anche la soppressione degli “enti pubblici non economici” con personale inferiore alle 70 unità (art. 1.31). L’assurdità della norma che mette a rischio per esempio Accademia della Crusca è chiara a tutti, infatti probabilmente verrà stralciata. Sulla riduzione da 120 a 70 dei consiglieri CNEL (art 17) si può essere d’accordo, andrebbe semai studiata una ridefinizione del ruolo affidato al CNEL in Costituzione. 

Una seconda parte del testo riguarda le liberalizzazioni. L’art. 4 prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici locali che possono essere affidati a gestioni in economia solamente se il valore economico dell’affidamento è inferiore ai 900.000 euro. L’idea di base è interessante: gli enti locali “verificano la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali di rilevanza economica” e solo dopo l’istruttoria decidono le procedure da attuare. Dalla procedura sono però esclusi: il servizio idrico integrato, la distribuzione di gas naturale ed energia elettrica, il trasporto ferroviario regionale e la gestione delle farmacie comunali. In pratica rimane poco: gestione dei rifiuti, trasporto locale e parcheggi… Va rilevato poi che l’articolo sembra essere contrario alla volontà popolare espressa con i recenti referendum.
Viene poi prevista la liberalizzazione degli ordini professionali (art. 3.5): possibilità di non applicare le tariffe minime, libertà di pubblicità, liberalizzazione dell’accesso. Andrebbe tutto bene se non fosse che queste norme erano già state approvate da Bersani nell’ultimo governo Prodi, poi sostanzialmente non applicate dagli ordini con tacito assenso di questo governo. Infine l’art. 3.11 prevede una deroga di esclusione di alcune attività economiche su proposta del Ministro competente: prevedo una lunga serie di deroghe… 

L’art. 13.3 prevede l’incompatibilità tra la carica di Parlamentare e qualsiasi carica elettiva: bene ma non basta. Serve l’incompatibilità assoluta tra qualsiasi grado elettivo o di governo: non si capisce perchè i Ministri possano continuare a fare i Sindaci o i Parlamentari possano continuare a fare gli Assessori provinciali. 

Arriviamo alla parte finanziaria. La prima misura strutturale riguarda l’uniformazione della tassazione delle rendute finanziarie al 20%, esclusi i titoli di stato. Bene, tranne il piccolo particolare: durante il governo Prodi fu letteralmente impallinata con un battage martellante dall’allora opposizione che gridava alla patrimoniale. Fa sempre piacere sapere di non essersi sbagliati ma si sarebbero potuti guadagnare 4 anni. 

Il “contributo di solidarietà” per i redditi alti (art. 2.1) va benissimo, se non fosse che l’obiettivo è troppo limitato: solo 1,2% dei contribuenti. Il gettito previsto quindi è troppo basso per essere significativo. 

L’aumento della “Robin Hood tax” (art. 7) sulle società energetiche potrebbe anche andare bene se non fosse che il divieto di recupero sulle tariffe sarà sicuramente aggirato in qualche modo. 

Guardando quindi i saldi previsti per il 2012 si svela il trucco: 1 miliardo per il contributo di solidarietà, 1 miliardo per l’uniformazione delle rendire finanziarie, 6 miliardi di tagli agli enti locali, 6 miliardi di tagli ai ministeri, 4 miliardi di tagli all’assistenza per delega, 2 miliardi dalla robin hood tax, 1 miliardo dall’innalzamento dell’età pensionabile, 1 miliardo dall’evasione fiscale. Si capisce quindi che il grosso dei tagli lo subiranno i cittadini come taglio di servizi o aumento delle imposte locali. 

Troppo contenuta è la lotta all’evasione: l’unico provvedimento contenuto riguarda l’anticipo della tracciabilità dei movimenti finanziari sopra i 2.500 euro al 30 settembre 2011 (art 2.4): bene, ma la tracciabilità era già attuata dal Governo Prodi sotto i 500 euro e fu abolita ad inizio legislatura da questo governo. Anche qui si è perso tempo, facendo regali agli evasori. 

Nessun accenno nel decreto a qualche provvedimento di stimolo per la crescita dell’economia. Incredibile: con una manovra così recessiva non si pensa alla crescita! 

Ci sono poi le norme che avrebbero bisogno di provvedimento apposito con dibattito in parlamento: il primo riguarda la preminenza della contrattazione aziendale rispetto alla contrattazione collettiva (art. 8) su cui i sindacati avrebbero probabilmente parecchio da dire, il secondo l’introduzione di un nuovo reato nel codice penale: Intermediazione illecita e e sfruttamento del lavoro (art. 12), che va benissimo ma inserito in un decreto come questo fa l’effetto dei cavoli a merenda. 

Arriviamo quindi agli specchietti per le allodole. Oltre alla revisione dell’art. 41 della Costituzione, già di per sè inutile, è prevista la stessa cosa per tutti gli statuti degli enti locali (art. 3.1). L’efficacia del provvedimento è zero assoluto. 

L’art. 13.5 prevede poi che i referendum abrogativi si svolgano in uno stesso giorno nell’ambito di un anno: già è così, non si capisce l’efficacia della norma. Potrebbe invece essere utile accorpare tutte le chiamate alle urne in un’unico giorno: elezioni nazionali, europee, locali e referendum (sia nazionali che locali). 

L’abolizione delle festività civili invece (art. 1.24) oltre ad essere poco redditizio (0,1% di PIL calcolato contro 6 miliardi di perdite stimate da Federalberghi), risulta controproducente proprio per il paese che sta festeggiando i 150 anni dall’Unità: la celebrazione di eventi storici come 25 aprile e 2 giugno costituisce “fattore d’integrazione” dell’ordinamento statale. Viene da pensare che questo comma sia stato aggiunto da qualcuno a cui questa integrazione non sta a cuore, ovvero la lega. 

Chiudiamo con i regali: l’abolizione del SISTRI, sistema di tracciamento dei rifiuti (art. 6) la cui entrata in vigore è stata più volte prorogata è infatti un vero e proprio regalo alle ecomafie. 

In conclusione ha ragione Massimo Giannini quando parla di manovra della disperazione: “Nella quantità: una manovra complessiva che, sia pure su base pluriennale, si avvicina ai 50 miliardi di euro, non ha precedenti nella storia repubblicana. Nella qualità: una stangata che, sia pure con un qualche apparente rispetto del principio di progressività del prelievo, ruota per tre quarti sull’aumento della pressione fiscale, ha precedenti forse solo nella storia sudamericana. Per fortuna che questo dice di essere il governo che non mette le mani nelle tasche degli italiani”. 

Anche dal punto di vista strutturale ci eravamo illusi che ci fossero interventi importanti, ma si sono rivelati nulli e in alcuni casi dannosi. Una manovra che rende più evidente, più necessario, un cambio di questo governo dell’improvvisazione politica che ha finto di non vedere la crisi per 3 anni e gioca con la struttura dello stato come se si trattasse della ristrutturazione dell’aziendina di famiglia. Insomma: da bocciare senza appello. 

Aggiornamento del 30 agosto: pare che nel “caminetto” la maggioranza abbia deciso di stravolgere la manovra. Come volevasi dimostrare.

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