27 maggio 2011

Devo ammettere francamente che la notizia dell’arresto di Mladic, almeno per me, è stata una gran bella notizia, come del resto era accaduto tempo addietro per l’arresto di Karadzic. Non è stato tanto quel sentimento un tantino utopico di fede incrollabile nella giustizia, ma una vera e propria soddisfazione di tipo quasi personale, soprattutto quando ho alzato gli occhi sulla parete di fronte e ho fissato un ricordo che mi sono portato dalla Bosnia: ho infatti incorniciato uno delle migliaia di manifesti che venivano affissi a Sarajevo e dintorni con le fotografie dei due massimi ricercati e idealmente ho tracciato una seconda croce con il pennarello. Intendiamoci bene: non sono un cacciatore di taglie e non ho mai fatto parte di squadre speciali impegnate nella caccia ai latitanti, ma semplicemente ho trascorso a Sarajevo parecchi mesi con il contingente italiano di SFOR (Stabilisation Force).

Ratko Mladic e Radovan Karadzic

Ratko Mladic e Radovan Karadzic

Ero stato richiamato in servizio presso un reggimento alpino e mi occupavo principalmente dei campi profughi e rifugiati e dei pochi che rientravano dopo la guerra controllando di persona sul posto liste interminabili di villaggi e stendendo rapporti dettagliati. Ho girato per questi motivi in lungo e in largo la parte di Bosnia affidata al Battle Group italiano, ho visto semplicemente quello che era accaduto e non sono più riuscito a dimenticarlo. Qualche sera poi, in giro per Sarajevo, con una buona scorta, si andava ad affiggere proprio quei manifesti e se il giorno dopo si trovavano ancora affissi o strappati per terra ci si faceva un’idea precisa degli umori della zona in cui si era transitati la sera precedente. Nulla di eroico quindi, ma solo un lavoro regolare e con metodo. Benché possa sembrare un tantino eccessivo il primo pensiero è stato quasi «missione compiuta» e ho ripensato agli alpini dell’Ottavo reggimento e al grande lavoro di squadra.

Più razionalmente e a mente fredda, dato che da quella volta mi sono sempre interessato di Balcani e di quella che oggi si chiama ‘human security’ scrivendo molto e un po’ dappertutto, mi sono tornate alla mente le parole del giudice Goldstone, uno dei primi membri della corte dell’Aja: processare i singoli criminali è un modo per ricordare che “non tutto” un popolo può essere ritenuto responsabile dei crimini dei suoi capi. E qui purtroppo si apriva un’altra questione, perché molti erano convinti che sarebbero stati processati soltanto i cosiddetti ‘pesci piccoli’.

La Bosnia Erzegovina e gli accordi di Dayton

La Bosnia Erzegovina e gli accordi di Dayton

L’inizio dell’attività della corte fu infatti considerato assai deludente proprio per questi motivi, mancavano cioè all’appello i capi e i crimini pur raccapriccianti dei modesti gregari finivano per diventare gesti isolati di ‘volonterosi carnefici’ se un giorno o l’altro non fossero stati al banco degli imputati anche i capi, i veri responsabili insomma. Con il tempo all’Aja si è visto passare il croato Ante Gotovina, il serbo Slododan Milosevic e persino il kosovaro albanese Ramush Haradinai – seppure assolto per ‘mancanza’ di testimoni dell’accusa –. Adesso è il turno di Karadzic, il cui processo è ancora in corso e presto toccherà a Mladic. Ai molti che hanno accusato di strumentalità politica l’azione del tribunale talvolta è difficile rispondere, soprattutto considerando accuratamente le loro osservazioni, ma se l’alternativa al processo fosse stata il dissolvimento delle tracce dei crimininali o una sorta di beatificazione occulta, queste sarebbero state invece le due cose assolutamente inaccettabili.

Un po’ di amarezza resta però comunque sulla fine della Yugoslavia, come fine di una utopia in cui molti avevano creduto in assoluta buona fede e con sentimenti genuini. Non si tratta affatto di santificare il ruolo di Tito, che in realtà non fu per nulla più liberale di altri nel gestire il potere. Si tratta di ammettere quanto fosse fragile la sua costruzione e come per l’impatto di una crisi economica e politica le fiamme divamparono in fretta. Ma si tratta anche di ammettere che il mondo occidentale poco fece per impedirlo e a come la mancanza di strategie politiche fu trasformata rapidamente nel contenimento dei profughi, confondendo ancora l’effetto come causa.

La Yugoslavia e le sue etnie nel 1981

La Yugoslavia e le sue etnie nel 1981

Pensare oggi a uno ‘spazio comune post-yugoslavo’ (secondo una delle più recenti etichette geopolitiche) è impresa ancora difficile e che non può essere lasciata nelle mani dei pochi volonterosi rimasti sul posto. Speriamo nel prossimo anniversario della Grande Guerra per una riflessione matura. Come ebbi modo di dire una volta il carcere dell’Aja era la ex-Yugoslavia in miniatura sopravvissuta alla sua fine, un spazio ristretto in cui erano costretti a convivere criminali serbi, croati, musulmani di Bosnia e albanesi del Kosovo. Un’altra volta in Kosovo, in un ospedale psichiatrico, scoprii che i ricoverati provenivano da tutte le ex repubbliche e che semplicemente o i parenti erano stati inghiottiti dalla guerra e scomparsi, o – più semplicemente – non si interessavano ai ricoverati. L’idea della Yugoslavia rimaneva quindi solo in un carcere o in un ospedale psichiatrico. Eppure, nonostante le attuali divisioni sembrino molto profonde, lo spazio comune esiste e in questo caso il realismo autentico diventerebbe riconoscere l’utopia.

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