22 maggio 2011

Ho passato un pomeriggio dai Padri Comboniani a Rebbio, con il responsabile della Caritas, la presidente delle Acli di Como e gli ospiti: i 17 profughi lì accolti.
Un lungo incontro per determinare regole, comportamenti, per conoscere i loro desideri.
“Cosa faremo, cosa facciamo”? Queste le domande che facevano alle traduttrici e attraverso esse al responsabile di quella accoglienza.
Sono uscito amareggiato e triste: da un lato le richieste di queste persone che desiderano e sognano una vita migliore, cose normali come un lavoro, una casa, una partita di pallone. Dall’altro avevo negli occhi gli articoli della mattinata riportati dal giornale locale, nel cuore i discorsi sentiti al bar, purtroppo quasi tutti “contro” e i commenti su una trasmissione della TV della nostra città, con le telefonate dei cittadini arrabbiati.

Restiamo umani

Restiamo umani

Son tornato al mio quartiere con in testa, il grido di Vittorio Arrigoni, il ragazzo di Bulciago, morto in Palestina lo scorso aprile. Un grido che è un programma, un invito: restiamo umani.
Mi chiedo ma in che città vivo? Una città “Messaggera di Pace”, che forse nemmeno sa di quelle persone. Persone fuggite da una guerra, persone fuggite da bombardamenti ai quali anche noi italiani partecipiamo. Bombardamenti contro un dittatore che sino a qualche mese fa era nostro alleato, con il quale avevamo un accordo per bloccare le persone che cercavano di emigrare in Europa, tramite le nostre coste e che quel
regime nostro alleato, rimandava poi al loro Paese, attraverso il deserto, verso la morte.
Una città che ha paura di accogliere, che si chiude, che ha paura di aprirsi.
Ci proclamiamo interculturali, multirazziali, multietnici, internazionali, ma poi restiamo umani?

So bene che il problema dell’immigrazione richiede una analisi intelligente, avveduta e forse non ingenua, romantica ed evangelica, come quella che sto pensando.
Capisco anche le buone ragioni dei miei concittadini che temono chissà quali destabilizzazioni nelle giornate della loro vita normale.
Capisco le drammatiche situazioni in cui versano molte famiglie, che fanno fatica a tirare fine mese.
Però capisco anche le buone ragioni di questi poveri allo sbando, di questo continuo esodo di persone che periodicamente da tante parti del mondo arrivano da noi. Non è che il mondo è forse oppresso dall’ingiustizia e dalla miseria?

Riflettiamo: queste persone, questi profughi, stanno sperimentando la durezza doppia dell’emigrazione, l’esilio dalla patria e la ghettizzazione in terra straniera.
Invito a passare un pomeriggio con queste persone: forse conoscendole, sentendo le loro storie, impegnandoci e aiutandoli, troveremo risposte intelligenti e costruttive a queste situazioni.
Impareremmo a superare certi istinti di chiusura che tante volte abbiamo, allontaneremmo da questa nostra città, atteggiamenti di rifiuto, di discriminazione, di violenza e di razzismo.
Faremmo emergere la tanta e notevole generosità che la nostra città ha e ha avuto nella sua storia.
Solleciteremmo le istituzioni, il nostro Comune e altri enti ad essere presenti con i provvedimenti che sono da loro dovuti.

Concludo riportando un pensiero di Don Tonino Bello, una riflessione di tanti anni fa, però così attuale, che ho riscoperto per scrivere queste righe: ”siamo vittime di una insopportabile prudenza e scorgiamo sempre angoscianti minacce dietro l’angolo.”
Invece, soprattutto, restiamo umani.

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