6 maggio 2011

L’Europa è entrata negli ultimi mesi con più costanza nelle cronache italiane soprattutto a causa delle crisi che ha dovuto affrontare su tre versanti: economia e finanza, immigrazione e libera circolazione, operazioni militari (fronte libico).

50° anniversario dell'Unione europea

50° anniversario dell'Unione europea

In fondo l’Unione europea ha 54 anni di vita e ultimamente ci siamo abituati a considerarla come un’istituzione compiuta e consolidata, cosa che non è: si tratta più di un processo di integrazione che ha aggiunto mano a mano pezzi di politiche e di istituzioni ad una casa comune.

Solo dal 1° dicembre 2009 infatti, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona di riforma dei “Trattati fondamentali“, abbiamo un’istituzione unica con una sua coerenza ed una governabilità compiuta: il ritardo è dovuto alla nota bocciatura della Costituzione europea nel 2005.

Nei campi sopra citati gli avanzamenti sono scanditi nel tempo: Schengen è del 1985 ed inizialmente al di fuori dell’UE, il progetto dell’unione economica e monetaria è del 1992, la questione euromediterranea è già viva nel 1995 quando parte il Processo di Barcellona, mentre la difesa è stata integrata gradualmente assorbendo l’Unione dell’Europa Occidentale a partire dal 1997. Moltissimi poi sono i progressi recenti, in tutti e tre i campi.

Insomma, fino ad ora l’UE ha sempre saputo crescere di fronte alle crisi poiché in questi momenti tutti capiscono quanto le sfide terribili nell’era della globalizzazione abbiano bisogno di essere affrontate con politiche continentali. I problemi sono venuti al contrario dalla mancata evoluzione in alcuni settori che ha lasciato alcune prospettive quasi monche.

Sul lato economico l’errore è stato quello di non prevedere in origine un contraltare di governo dell’economia europea a fronte della nascita della moneta unica e della BCE. Nell’ultimo anno si è però lavorato su diversi fronti: dal rafforzamento della “governance” economica con un pacchetto di 6 riforme (six pack) che permettono di consolidare il patto di stabilità grazie alla più stretta disciplina di bilancio degli stati membri, alla creazione del “fondo salva stati” EFSF che nel consiglio europeo del 26 ottobre si è deciso si rafforzare ulteriormente. L’accordo di ristrutturazione del debito greco unito alla ricapitalizzazione delle banche esposte dovrebbe prevenire il rischio di contagio in Spagna e Italia oltre a mettere la parola fine alle polemiche legate ai salvataggi dei cosiddetti PIGS (Portogallo e Irlanda oltre alla Grecia): in realtà il costo legato ad un eventuale fallimento di questi paesi sarebbe ben peggiore e foriero di pericoli sistemici per tutto il continente. Infine è aperta la prospettiva delle eurobbligazioni (eurobond), elemento finale ma indispensabile del percorso che dovrebbe mettere insieme almeno una quota dei debiti sovrani per renderli più solidi grazie alle garanzie congiunte di tutti i paesi europei.

Dal punto di vista militare ci si chiede come mai l’UE non abbia agito in maniera unitaria sul fronte libico. La relativa inazione è comprensibile: è vero che nel tempo sono stati creati Battlegroups, Eurocorps, Eurofor, Euromarfor a livello operativo, ma sono poco più che iniziative volontarie di alcuni stati. Un’identità europea di difesa non è in realtà ancora stata costruita. Di fatto l’Ue si è sempre trovata meglio con missioni di mantenimento della pace, i cosiddetti “compiti di Petersberg” che hanno già visto l’Unione operativa su 9 diversi fronti nel mondo (dalla Macedonia all’Afghanistan, dal Kosovo al Congo).

Sul versante dell’immigrazione i problemi di qualche mese fa hanno portato la Francia con l’avallo dell’Italia a chiedere un allentamento di Schengen per permettere agli stati membri di chiudere le frontiere interne: questo rappresenterebbe un passo indietro rispetto ad una politica dell’immigrazione a livello europeo. In realtà anche stavolta la crisi è stata foriera di novità e ha portato la Commissione ad accelerare una serie di proposte utili a rafforzare l’Europa: ci sarà la possibilità, solo di fronte a «casi eccezionali» e come «ultima risorsa» di sospendere gli accordi di Schengen reintroducendo temporaneamente controlli alle frontiere interne, a patto che la decisione venga presa a livello europeo e non dai singoli Stati; si prevede un completamento del sistema europeo comune di asilo entro il 2012; si propone poi l’istituzione di un corpo europeo di guardie di frontiera (lo “European system of borders guard”) e il rafforzamento di Frontex (l’agenzia europea di vigilanza sulle frontiere esterne).

D’altra parte l’Europa, proprio per la sua natura di progetto inclusivo, che bene ha saputo svolgere negli ultimi 50 anni, è più brava a elaborare politiche e strategie piuttosto che a gestire crisi.

L’UE ha dispiegato appieno la sua forza con il programma di avvicinamento dei paesi dell’est alla comunità: i programmi PHARE e gli Accordi di stabilizzazione e associazione sono gli strumenti con cui l’Europa ha saputo integrare i 10 PECO (Paesi dell’Europa Centro-Orientale). Con la sponda sud del Mediterraneo la sfida è la stessa di quella che arrivò nel 1990 con la caduta della cortina di ferro e che l’UE ha dimostrato di saper affrontare e vincere: è possibile quindi riproporre la visione di Romano Prodi che voleva offrire a quei paesi “tutto tranne le istituzioni” attraverso la Politica di vicinato.

In fin dei conti i vantaggi della costruzione europea sono molti, rilevanti e visibili a tutti, come ci ricorda questo filmato di RaiNews.

Non bisogna però nascondersi dietro ad un dito: il problema principale è di tipo politico. Tutto ciò regge e funziona nel momento in cui ci sono le volontà politiche di riempire di contenuti (energie, soldi, azioni, pensieri) tutti i contenitori dell’UE. La bacchetta attualmente è in mano ai governi, non essendosi ancora sviluppata un capacità politica propria sufficientemente forte dell’UE, cosa che potrebbe avvenire solo con partiti politici europei ed una commissione espressione della volontà popolare, ovvero un governo con legittimità democratica espressa dal parlamento eletto e quindi un presidente espressione di una maggioranza.

L’iniziativa dell’UE è condizionata dai capi di stato e di governo che in passato hanno dato forza al progetto quando sono stati capaci di elaborare una visione del futuro, mentre hanno usato l’Europa come capro espiatorio dei propri fallimenti quando hanno guardato agli umori di breve termine dei propri elettorati: ce lo ricorda con saggezza Carlo Azeglio Ciampi.

Lo scollamento apparente tra quello che l’UE può fare e quello che i cittadini si aspettano che faccia è tutto qui: l’Europa esiste e ci aspettiamo che intervenga, ma spesso non può farlo perché bloccata dai veti dei governi. L’effetto di questo distacco si fa sentire anche alle elezioni: in tutta Europa avanzano le destre antieuropee e xenofobe. Secondo Enrico Pedemonte: “per battere i populisti bisogna affrontare i nodi reali, non basta scandalizzarsi.”

Sta ai governanti dei paesi europei decidere se vorranno giocare la partita a livello continentale e far diventare l’Europa un attore globale al pari di USA, Cina, Russia, India, Brasile o se preferiranno il ripiegamento in ciascun paese che suonerà come la condanna ad una progressiva irrilevanza. La scelta sarà in mano alla prossima generazione di politici europei, quella dell’Erasmus, e questo fa ben sperare.

Aggiornamento: 28 ottobre 2011

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