14 aprile 2011

Il 26 aprile 1999, su proposta di Paco, il Consiglio Comunale approvò all’unanimità una delibera che istituiva il regolamento del SAVI, Servizio di Aiuto alla Vita Indipendente. Al testo del regolamento avevano lavorato Grazia Villa avvocato, Bruno Magatti consigliere comunale, e Ida Sala a quel tempo esponente di ENIL (European Network on Independent Living – Rete Europea per la Vita Indipendente Italia). Proporre un regolamento significava in quel momento dotare il Comune dello strumento naturale per rendere attuativa la legge 162/98 e per evitare l’alibi della mancanza di un regolamento per non applicare la legge, legge che ha proclamato per la prima volta in Italia il diritto alla Vita Indipendente per le persone con disabilità.

Vita Indipendente

Vita Indipendente

Da un punto di vista amministrativo parlare di Vita Indipendente significa mettere una cittadina o un cittadino in condizioni di autodeterminare la propria esistenza, a partire dalla disabilità. Chi, come chi scrive, vive questa condizione sulla propria pelle sente il malessere della discriminazione; sa cosa significa essere oggetto di strumentalizzazioni da parte di “esperti” e “specialisti” vecchi e nuovi; prova sollievo quando vede allontanarsi lo spettro dell’istituzionalizzazione; ricomincia ad amarsi quando smette di sentirsi un carico sulla famiglia e, anzi, sente di potersene far carico.

L’esperienza ha dimostrato che si può vivere una Vita Indipendente in modo appagante anche in condizioni di gravi o gravissime compromissioni fisiche quando la persona con disabilità può disporre di assistenti personali da gestire autonomamente e quando può garantire ad essi/e una giusta retribuzione. Infatti solo personale formato addestrato e stipendiato dalla persona che ne usufruisce può assicurarle che le mansioni insieme pattuite vengano svolte nei modi nei tempi e nei luoghi che la persona con disabilità, loro datrice di lavoro, stabilisce. E’ anche dimostrato che persone con disabilità psichica o intellettiva possono esercitare lo stesso diritto supportandolo con un amministratore di sostegno.

E’ importante sottolineare che dall’emanazione della 162/98 diverse persone con gravi e gravissime disabilità in tutta Italia, una decina Como, hanno iniziato a vivere in modo indipendente là dove hanno trovato amministrazioni disponibili a favorire questa pratica di vita o dove gruppi politici o associazioni seppero sostenerle in fase di rivendicazione dei supporti normativi e dei finanziamenti necessari. È bello ricordare che il regolamento di Como fu preso come modello di partenza da comitati e amministrazioni di varie altre località italiane.

Quello del sostenere i cittadini che rivendicano il diritto alla Vita Indipendente non è un aspetto da sottovalutare ai nostri giorni, giorni in cui è frequente sentirsi dire: “Non ci sono i soldi …non c’è lavoro …come facciamo a mantenere anche “loro”…. Qual è l’alternativa? imprigionarli in una RSD (istituti, ribattezzati residenze sociosanitarie per disabili) dove cessano di esercitare la loro individualità per diventare corpi da accudire (spesso male perché bisogna risparmiare sul personale), numeri, esseri senza progettualità e senza libere relazioni? Far finta di non sapere e sperare che non ci riguardi mai da vicino? Esaltare il volontariato sperando che se ne occupi lui? Distribuire un po’ di contentini economici tra le famiglie sperando che tirino avanti il più possibile?
Non è certo questo quello che una amministrazione sapiente progetta per i suoi cittadini e le sue cittadine più in difficoltà. E non è questo il progetto di PACO.

I problemi non sono certo finiti dopo 10 anni di “applicazione” della 162/98 a Como e nel resto d’Italia: la Vita Indipendente continua ad essere una soluzione per pochi/e e le disfunzioni sono troppe e ricorrenti, generatrici di totale precarietà. Riportiamo la testimonianza di Luciana Loner che ci ha pregato di far conoscere la sua situazione (che ricorda quella comasca, in qualche caso): “… anch’io con la mia assistente personale stiamo sopravvivendo poichè il mio comune Rovereto prov. di Trento non mi ha ancora saldato lo stipendio di gennaio. Io ci ho rimesso la mia pensione, indennità di accompagnamento, assegno integrativo bimestrale gennaio/febbraio. E stamane ci siamo sentite dire che non si sa quando avrò il contributo per il mese di febbraio. Tu pensi sia dignitoso che sul mio conto corrente ci siano 41 euro e devo arrivare fino a fine marzo per vedere la prossima pensione accompagnamento assegno integrativo e tante belle promesse ma niente fatti da parte del mio comune?”.

Siamo certe che PACO continuerà a seguire la realtà comasca con tutta la sensibilità e la competenza che ha sempre dimostrato, ma è arrivato il momento di fronteggiare di nuovo la realtà che si è arricchita di fatti, strumenti e consapevolezze:
1. La ratificazione della convenzione Onu sulle persone con disabilità anche da parte del Parlamento italiano
2. La messa a punto da parte dei movimenti regionali per la vita indipendente della necessità di rivendicare l’assistenza personale come un livello essenziale di assistenza (LIVEAS)
3. Le politiche regionali sulla disabilità

E la Costituzione italiana, mai invecchiata e mai sostanzialmente applicata:
Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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