7 marzo 2011
Quote rosa

Quote rosa

In Italia le donne sono il 51,2% della popolazione. Le dirigenti di sesso femminile però sono il 3% e nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa siede il 6,8% di donne (che scende al 3,5%, se consideriamo solo quelle non facenti parte della famiglia proprietaria).

Dovrebbe bastare l’evidenza dei numeri a farci capire che il cd “soffitto di cristallo” è bel lungi dall’essere anche solo scalfito e, di conseguenza, quanto è importante arrivare ad una legge sulle quote di genere, che preveda una presenza almeno del 30% di donne nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate. Un provvedimento oggetto di un recente, vivace dibattito, dentro e fuori le aule parlamentari, che rischia però di non vedere mai la luce: il Governo ha, infatti, presentato in Senato alcuni emendamenti che indeboliscono la struttura della legge. Si prospetta, quindi, un cammino lungo e difficile per una legge che ha, da subito, suscitato perplessità e diffidenza.

L’infelice e imprecisa definizione di “quote rosa” può indurre a credere che si tratti di un meccanismo che porterebbe ad assegnare una quota di posti a prescindere dal merito, dalle competenze e dalle capacità, ma non è così. La norma ha lo scopo di permettere un’equa partecipazione di entrambi i generi e, a tal fine, stabilisce che una percentuale di posti sia destinata al genere sottorappresentato. Dal momento che tutti concordano sul fatto che in Italia ci sono tantissime donne più che qualificate per essere inserite nei cda, la legge si limita, di fatto, a garantire che le professionalità femminili vengano valorizzate al pari di quelle maschili.

Eppure qualsiasi tentativo di introdurre meccanismi legislativi che possano garantire un’equa presenza di donne laddove esse sono palesemente sottorappresentate, in politica come nel mondo del lavoro, viene fortemente avversato. Le “quote rosa” non piacciono agli uomini – e questo non può stupire, perché una donna in più significa, sempre e comunque, un uomo in meno – ma neppure a molte donne. E questo dato è più difficile da capire, se consideriamo che il divario di genere in termini di opportunità (nell’istruzione, nel lavoro, nell’economia, nella politica) è così ampio che l’Italia ha conquistato un miserrimo 74° posto (su un totale di 134 paesi analizzati) nella classifica 2010 sul Gender Gap del Word Economic Forum.
Le quote incontrano forti resistenze nel mondo femminile. Non sono gradite dalle giovani, cresciute dando per scontata una parità di cui non hanno ancora conosciuto i limiti; sono criticate dalle donne “arrivate”, che le percepiscono come indebite facilitazioni per quelle che non sono in grado di farcela da sole e lasciano perplesse anche molte studiose, concordi nel considerarle svilenti, offensive, quasi un oltraggio ai molteplici talenti del genere femminile.

Le donne hanno le capacità per farcela da sole, su questo non ci sono dubbi. Il punto è: in quanto tempo? Quanti decenni dobbiamo ancora aspettare perché si sviluppi quel cambiamento culturale necessario per una effettiva valorizzazione delle competenze femminili nel lavoro, nella politica, nell’economia? E, nell’attesa, possiamo davvero permetterci questo spreco di risorse e di talenti?

Queste domande devono essersele poste anche in Norvegia dove le quote di genere nei consigli di amministrazione sono una realtà già da qualche anno. Con risultati più che soddisfacenti, come ha testimoniato Marit Hoel, responsabile del governativo Centro per le pari opportunità aziendali in Norvegia, ospite del Forum Cultura d’Impresa – Leadership Femminile, organizzato dal Sole24ore nell’ottobre 2010. La Hoel ha evidenziato che l’introduzione di quote rosa al 40% nei consigli d’amministrazione delle società quotate in Borsa ha portato ad un innalzamento della qualità complessiva dei cda, in quanto le donne introdotte erano più qualificate degli uomini che andavano a sostituire, con benefici diretti per le aziende. E ha concluso il suo intervento con un appello: «Italia, non avere paura delle quote rosa. In Norvegia nessuna azienda è fallita, il gradimento è stato alto, si è dato spazio al merito e al talento».

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2 Responses to “Quote rosa? Sì, grazie!”

“l’introduzione di quote rosa al 40% nei consigli d’amministrazione delle società quotate in Borsa ha portato ad un innalzamento della qualità complessiva dei cda, in quanto le donne introdotte erano più qualificate degli uomini che andavano a sostituire, con benefici diretti per le aziende”

sulla base di che dati? imbarazzante interventismo statale. si legifera su tutto, su troppo.

Stefano Novati
marzo 7th, 2011

Argomento importantissimo per la futura ripresa e il futuro secondo miracolo italiano.
Testo valido anche giornalisticamente.

Carlo Bedetti
dicembre 14th, 2011