18 gennaio 2011
Bruno Magatti

Bruno Magatti

Le ultime rivelazioni che riguardano il presidente del Consiglio potrebbero non avere effetti significativi sulle scelte di voto di molti cittadini italiani. Il consenso a questa destra populista, che da quasi un ventennio ha posto radici nel nostro paese, nella nostra regione e nella nostra città si fonda, infatti, su precisi presupposti “culturali”, dai quali originano orientamenti politici che hanno a che fare con un individualismo competitivo, duro e intransigente verso l’altro ma indulgente e compiacente nei riguardi di se stessi.

La parola “libertà” è stata presa in ostaggio e usata come ariete per abbattere ogni limite allo spazio dell’azione individuale. “Io faccio quello che voglio”. Sulle rovine di vecchi confini sociali ed etici sono rifioriti stili di vita spregiudicati, impastati di maschilismo, alimentati da spinte al consumo, al possesso, al successo, al denaro e al potere . Schiere di cortigiane e cortigiani mediocri, disposti a ogni sorta di compromesso, si sono accalcate e si accalcano all’uscio dei potenti. Ma senza arrivare alle manifestazioni estreme di questo paradigma inculcato e coltivato, abbiamo prove quotidiane sulle strade, nelle famiglie, nella vita sociale della pretesa di molti di poter “fare quello che voglio”.

L’ulteriore duro e condiviso messaggio si traduce nel  “Non ti intromettere nei mie affari”. Si moltiplicano “capi” e “capetti”, icone, spesso mediocri, dell’idea che il più forte (capo, ricco, maschio) ha ogni diritto e sta al di sopra della legge. Lo spazio privato inviolabile viene dilatato fino alla rivendicazione del diritto a zone d’ombra, che possono coprire interessi o relazioni ambigue. Si afferma, in sostanza, che nulla può limitare il “mondo privato”, tanto meno l’interesse generale. Non ha alcuna importanza se ciò lascerà dietro di sé qualche vittima: queste ultime non meritano pietà, perché a chi non entra nella schiera dei “vincenti” è riservato uno sguardo di disprezzo.

C’è poi un esercizio di arroganza praticabile ad ogni livello, anche dentro le mura domestiche, negli spazi del lavoro, per strada. “Io sono ….. e tu non sei nessuno”:  La negazione di questa affermazione è il semplice riconoscimento dell’uguaglianza di ogni persona e dell’equivalenza dei diritti malgrado la diversità sociale o economica. È, quindi, facile il cortocircuito con la percezione di una “superiorità”  per diritto di nascita, di appartenenza sociale o economica. Anche il tema del merito è mostruosamente mistificato in “scalate” individuali che nulla hanno a che fare con competenze, capacità e conoscenze. Non ne sono forse una caricatura le acese politiche di igieniste dentali o di figli mediocri di leader prossimi al tramonto ? A meno che non si voglia sostenere che sono proprio  queste le persone giuste al posto giusto.

L’ “Io faccio quello che voglio” viene declinato anche nei riguardi “delle cose di tutti” in una rappresentazione “padronale” dell’attività politica in cui il confronto in nome della verità e del rispetto è sostituito da teatrini nei quali prevalgono modalità da “bulletto” di periferia. Questo è diventato l’atteggiamento di gruppi interi. È figlio di un’idea autoritaria del potere che si traduce in un presunto diritto al “fare” in nome di un mandato elettorale spasso vago. Se ne hanno esempi anche nella nostra città, testimonianze di quattro consecutivi mandati elettorali di centro-destra: paratie ed ex-Ticosa.  Sono gli esiti più evidenti di questa cultura, spinta e sostenuta da media locali che a suo tempo, chi più chi meno, parteciparono al coro degli entusiasti per l’avvio del cantiere a lago e dell’operazione-flop Ticosa mentre noi argomentavamo sul perché, per quelle strade, saremmo “finiti in ginocchio”. Ma nell’evocare una certa “cultura politica” come dimenticare la scelta sbagliata della delocalizzazione del S.Anna o la vicenda Cà d’Industria?

Nella comunicazione è essenziale la sicurezza ostentata, la proclamazione unilaterale di quel che si è fatto e del proprio successo. Non a caso il governo del fare ha ignorato e ignora sistematicamente chi ha qualche ragione per obiettare (si pensi alle riforme della scuola e dell’università) dal momento che l’aver “fatto bene” e lo “star bene” di tutti non appartengono a questo orizzonte culturale. Sembra scolorirsi l’idea di un “bene” pubblico come essenziale pre-condizione di ogni “benessere” individuale e nella società dominata dagli interesso non può che generarsi una conflittualità in fondo irrisolvibile e in qualche misura “necessaria”. Il partito “dell’amore”, a parte l’evidente tentativo di sequestrare questo termine, ha bisogno di un nemico, vero o immaginario, da sfidare al solo scopo di poter vantare la propria potenza.

Traducendo il problema in termini più politici, riteniamo che vada rimesso in discussione il presupposto della assoluta e definitiva superiorità del privato sul pubblico. Se a qualcuno tutto è permesso, ciò non vale per “tutti”. Di qualcuno (straniero, zingaro ed esempio) non si può che diffidare: sono, infatti, quasi certamente opportunisti, desiderosi di fruire dei “nostri” privilegi e diritti senza esserseli “guadagnati”. Qualcuno è disonesto, altri forse delinquenti. Sono certamente da temere. Nessuna riflessione seria sulle cause e sui provvedimenti necessari per rendere queste donne e questi uomini “liberi” e in grado di costruire per sé e per le proprie famiglie una vita almeno dignitosa  Nei confronti di costoro sale, invece, la richiesta di precauzioni e limitazioni, di tolleranza zero, di controlli e di pene severissime, di espulsioni.

Il giocattolo sta sfuggendo di mano. Al pettine arrivano i nodi della mancanza di “governo” dei territori, dei conflitti sociali senza mediazione, di comportamenti fuori controllo. Non basta nemmeno più la consueta esibizione, retorica e strumentale, di evocazioni e simboli religiosi, smentiti nella quotidianità dei comportamenti e delle scelte Non basta nemmeno l’elencazione delle “cose fatte”, perché, la crisi economica e la restrizione delle risorse, la precarietà e il futuro rubato a tanti, le mirabolanti promesse e i fallimenti, rendono chiaro a tutti che si deve porre mano a una svolta “culturale” per superare, insieme, il malessere collettivo, rifuggendo l’inganno di un nuovo pifferaio.

In questi tempi molte voci si sono levate chiedendo che si volti pagina. Noi che, in assoluta autonomia e libertà, rappresentiamo un piccolo ma significativo movimento politico di minoranza in questa città, in grado di documentare non solo interventi critici ma anche innumerevoli proposte alternative al governo della città e ai bisogni dei suoi cittadini, guardiamo con attenzione tutti coloro che oggi sembrano condividere molte delle nostre valutazioni. Ci sentiamo tuttavia di affermare che, in prospettiva, non potranno essere sufficienti semplici alleanze di brave e oneste persone. Ci sono, infatti, “cose da fare” ma prima ancora è necessario condividere e promuovere una rinnovata idea di bene comune, di cittadinanza e quindi di democrazia e di partecipazione.

Noi crediamo e lavoriamo ad un progetto che pensiamo capace di promuovere, nel piccolo del nostro territorio, idee “alte” che hanno a che fare con lo “star bene” di tutti, col diritto a un ambiente e a servizi degni, con la capacità di avviare scelte condivise per uno sviluppo sostenibile, motore di progresso culturale ed economico della città e del suo territorio.

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